Artisti in fuga? Giacomo Lariccia, il cantautore italiano che ha conquistato il Belgio.

Si parla tanto di cervelli in fuga, ma quasi mai di artisti che lasciano il Belpaese alla ricerca di un luogo ideale per esprimersi e poter vivere della propria passione.
 
Non sono solo i biologi, i medici e gli ingegneri a lasciare l’Italia, nella speranza di trovare qualcosa di meglio di un posto da ricercatore precario: anche gli artisti decidono di prendere la valigia in mano e cercare fortuna altrove.La storia di Giacomo Lariccia, però, è diversa da tutte le altre: lui non è mai scappato dal suo Paese, che ama profondamente. Partito per studiare jazz al conservatorio di Bruxelles, si trova talmente bene in Belgio che decide di rimanere. Il suo è un caso di meravigliosa integrazione culturale, di amore profondo per due Paesi che hanno tanto da offrire.

Dopo la laurea in scienze della comunicazione cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia? Si può parlare di un artista in fuga da un Paese che non offre troppe possibilità agli artisti emergenti?

Sono partito dall’Italia perché volevo studiare jazz e nei conservatori italiani nel 2000 ancora non esisteva questo insegnamento. Inizialmente pensavo di stare pochi mesi, al massimo un anno se avessi trovato un lavoro per mantenermi. Sono a Bruxelles da 14 anni ormai e in pratica non ho avuto contatti con la scena musicale italiana fino a questi due ultimi due dischi dove canto in italiano. Non saprei dire se l’Italia offra o no opportunità agli artisti emergenti. La mia impressione è che si tratti di una situazione di immobilità e affollamento (nel campo musicale): ci sono pochissime risorse, poche persone che rischiano e tantissimi che ci provano. Fra questi anche molti bravi che faticano tanto e perdono anni a tentare di fare un disco.

Perché, secondo te, i media tendono a parlare solo di “fuga di cervelli” e mai di “fuga di artisti”?

Forse perché in percentuale sono molti di meno? Oppure perché il concetto di artista è complesso e di difficile definizione e sfugge quindi ai cliché necessari per l’informazione? Non saprei, ma so che ci sono molti italiani in giro per il mondo che sono riusciti a dire qualcosa di personale nel campo dell’arte.

La tua canzone “Povera Italia”, che ha suscitato grande interesse da parte della critica ed è stata molto apprezzata dal pubblico, descrive un’Italia sofferente e in ginocchio, ma comunque in grado di rialzarsi.
Nel video della canzone rappresenti la situazione-tipo di un italiano che, appena sceso dall’aereo, con il suo zaino in spalla si avvia verso l’ignoto, armato di tanto coraggio. Che messaggio volevi trasmettere con questa canzone? Che gli italiani che, come te, ormai vivono da anni all’estero, un giorno torneranno in Patria? Oppure che, pur rimanendo a vivere in altri Paesi, portano una piccola parte di italianità all’estero, e in questo modo rialzano la testa?

 

Povera Italia è stata scritta all’apice della parabola berlusconiana e ripropone i pensieri che molti, in Italia e all’estero, si sono posti. L’Italia di cui vado fiero è l’Italia che è andata avanti e che va avanti nonostante tutto. Che ha il coraggio di tenere la testa alta e affrontare la crisi con coraggio e voglia di rischiare. E’ strano, ma in questi anni mi sono reso conto di quanto grande sia l’Italia fuori dall’Italia: le comunità di emigrati italiani nel mondo continuano a seminare nei paesi che li ospitano semi di cultura italiana, colori, musica, cibo, bellezza. Anche di questa Italia vado fiero.

 

Raccontami della tua esperienza di viaggio in autostop con la chitarra in spalla: in quali posti sei stato e cosa ti hanno dato, sia a livello umano che musicale.

Racconto a condizione che i miei figli non leggano mai queste righe, e premetto che non consiglio a nessuno di girare in autostop! Quando l’ho fatto io era un altro periodo. Durante gli anni dell’università, prima di finire a Bruxelles a studiare al conservatorio, avevo una gran voglia di girare l’Europa, ma mi mancavano i soldi per viaggiare. Non era ancora l’epoca delle compagnie aeree low cost. Mi ricordo che mi ero già venduto il motorino per un altro viaggio, e non sapevo più cosa fare. In più ero coinvolto in alcuni incontri di studenti europei di comunicazione e avevo anche delle responsabilità organizzative. Così, un giorno, dal casello di Milano sono partito per Colonia. Altre volte ho ripetuto viaggi di questo tipo, sempre per andare verso il nord Europa. Ricordo che una volta mi prese una squadra di baseball nel loro pullman. Mi dissero che mi avrebbero dato un passaggio solo se avessi suonato durante il viaggio. Fu divertente. Viaggiare in autostop è una sfida contro la fatica e non è fatto per chi non sa apprezzare la solitudine. A volte devi aspettare diverse ore per ricevere un passaggio. Incontri persone molto diverse che non avresti mai avuto la possibilità di incontrare altrimenti. Ti devi adattare a qualsiasi situazione ed essere pronto anche a dormire sotto un ponte.

Perché hai scelto Bruxelles per frequentare il conservatorio?

Perché Bruxelles era una città che conoscevo, perché mi avevano parlato bene del conservatorio, perché era un conservatorio pubblico e perché gli affitti erano bassi. Queste quattro condizioni, insieme, mi hanno fatto scegliere per Bruxelles. Sono partito comunque con leggerezza perché ero convinto di restare pochi mesi.

Il tuo primo disco, Spellbound, era solo musicale. Quando hai deciso di metterti anche a cantare e scrivere testi?

Quando esci dal conservatorio hai la testa piena di tantissima musica ma le idee molto confuse su quello che vuoi fare. Ti rendi conto che la teoria e la tradizione musicale non bastano per fare musica, la tua musica. Quando parlai di questa mia confusione a Marco Locurcio, che in seguito è diventato il mio produttore, lui mi rispose: “Beh… allora fai un disco che ti chiarisci le idee”. Seguii il suo consiglio e quello che è uscito fuori è un disco pieno di tante influenze musicali. C’era naturalmente il jazz, un jazz elettrico, moderno, dei ritmi composti, strutture dei brani a forma di  “suite”, la lingua araba e ebraica. Cantare non mi passava per la testa, scrivere testi neanche. La vita però non la puoi controllare e spesso ti porta in direzioni che non avresti mai pensato di prendere.

Ti aspettavi di incontrare un così grande successo di critica già al primo disco?

Assolutamente no. Non perché non fossi convinto del nuovo disco, ma perché era la prima volta che ne facevo uno. Affrontavo tutto con molta motivazione, ma non sapevo a cosa andavo incontro. La promozione di un disco è un lavoro difficile e rischia di essere frustrante se non affrontato con costanza. In quell’occasione ebbi diverse risposte immediate da parte di alcuni giornalisti fra cui il responsabile della musica de Le soir, che dedicò al mio disco la prima pagina dell’inserto della cultura. Fu un colpo. Ero appena partito per l’Italia e ricevetti decine di telefonate e sms di persone che mi dicevano dell’articolo.

Nel 2011 incidi il secondo cd: Colpo di sole. Ottieni riconoscimenti importantissimi in Italia: la giuria del Premio Tenco 2012 lo valuta fra le 4 migliori opere prime; inoltre sei finalista per il Premio De Andrè. Nel 2014 uno dei brani del tuo album "Sempre Avanti" ottiene il secondo posto nella sezione miglior canzone della Targa Tenco, e questo ottobre partirai per un tour che ti porterà non solo in giro per molte città europee, da Lussemburgo a Londra, ma anche in Sudamerica, con ben tre tappe in Colombia. Sei un cantautore italiano che vive all’estero e che ha visto il suo talento riconosciuto, prima di tutto, in quello che poi è diventato il suo Paese adottivo: il Belgio. Non ti fa venire in mente il noto proverbio: “Nemo propheta in Patria”? Oppure tu non la vedi così?

Difficile rispondere a questa domanda. Lascio ad altri il compito di giudicare il mio lavoro e la mia musica e valutare se l’Italia apprezza quello che faccio. A volte è vero che alcuni bravi artisti italiani sono stati apprezzati fuori dai confini prima di essere riconosciuti in Italia. E’ il caso, per esempio, di Gianmaria Testa o di Paolo Fresu, entrambi molto apprezzati in Francia. Ognuno ha il suo percorso personale che è sempre diverso e originale. Io spero solo di riuscire a fare quello che mi piace fare sempre di più, sempre meglio e in condizioni sempre più gratificanti. Che poi sia in Italia, in Belgio, in Francia, non importa.

Il tuo terzo e più recente cd, Sempre Avanti, è stato prodotto e commercializzato grazie al crowdfunding. Personalmente sono un’entusiasta e grande sostenitrice del crowdfunding, perché permette ad artisti e creativi di essere indipendenti, senza un unico padrone, e di poter così badare alla qualità, della quale devono rendere conto a tutti i loro sostenitori che, attraverso le loro offerte, hanno creduto nel progetto e contribuito alla sua realizzazione. Secondo te perché in Italia il crowdfunding non è diffuso e utilizzato come lo è, ad esempio, in UK? Lì grazie a piattaforme come kickstarter molti giovani talentuosi hanno trovato il sostegno economico di cui avevano bisogno. Perché pensi che in Italia la musica si ancora troppo dipendente dalle classiche case discografiche?

Da quello che sento il crowdfounding si sta diffondendo anche in Italia e sta sostenendo un settore in profonda crisi. La distanza che c’era fra l’artista e le persone che lo seguono si accorcia e in tanti hanno la possibilità di seguire da vicino alcune fasi di creazione che in precedenza erano coperte da un alone di mistero (la composizione, la produzione, le scelte artistiche, di packaging e quelle di mercato). Produrre un disco attraverso il crowdfounding è una bellissima esperienza di relazioni umane.

La cosa veramente apprezzabile, nel tuo percorso musicale, è la tua scelta di rimanere sempre fedele a te stesso e ai tuoi valori. Ormai vivi da anni in Belgio, posto meraviglioso nel quale ti sei integrato benissimo. Parli fluentemente il francese e anche l’inglese e, per ottenere una maggiore diffusione della tua musica, avresti potuto scrivere testi in queste due lingue. Invece hai scelto di continuare sempre a scrivere le tue canzoni in italiano. Parlami di questa tua scelta e dimmi anche se, nel futuro, hai in mente di scrivere qualche canzone in francese o in inglese.

Non è stata una scelta strategica ma istintiva. Non penso riuscirei ad esprimere in un’altra lingua i contenuti che voglio comunicare nei miei brani. Le sfumature, l’ironia, il dramma, la passione non riuscirei a renderle in inglese o in francese. L’italiano è la lingua della mia crescita, dei miei pensieri e dei miei sogni e non per ultimi dei grandi cantautori che ho seguito fino a prima di partire (Bennato, De Gregori, Gaber, De Andrè). E’ stata l’unica scelta, non ne avevo altre.

Chiudiamo l’intervista commentando insieme una canzone del tuo ultimo album che adoro particolarmente: “Il primo capello bianco”. E’ una canzone simpatica, che nella mia personale opinione sdrammatizza il passare inesorabile del tempo e prende in giro tutte quelle persone che fanno una malattia della comparsa delle prime rughe. Era questa la tua intenzione originale? Parlami un po’ dell’idea alla base di questo brano.

E’ una canzone ironica che sottolinea il momento che alcuni vivono al sorgere dei primi segni del tempo che passa. Quello che mi piace della canzone è che non si capisce subito di chi si parla. Solo a metà brano ci si rende conto che si tratta del primo capello bianco. E’ uno dei brani più leggeri del disco, forse il più radiofonico e divertente. Sono contento che ti sia piaciuto.
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