Intervista a Baby K sul suo nuovo album: Kiss Kiss Bang Bang!

Fotografie: Michele Pisano
Bella, brava e determinata, Baby K si racconta nel suo ultimo album “Kiss Kiss Bang Bang”. Lo fa in maniera sincera, autentica, con la spontaneità che la contraddistingue. Ascoltando i testi si capisce veramente chi è Baby-K, da dove viene, dove vuole andare, quali sono le contraddizioni che rendono la sua personalità così esplosiva e regalano un’anima alle sue canzoni. Claudia è una femmina alfa piacevolmente complicata: come lei stesso spiega convivono in lei due aspetti contradditori, la forza e la grinta, ma anche la dolcezza e la femminilità. Baby K è sia kiss kiss che bang bang, un bacio e un colpo di revolver, e in questo nuovo disco ci spiega il perché.
Nella title track, Kiss kiss Bang Bang, parli di rimorsi e speranze, ma anche di amore, che tu definisci come “un dolce suicidio, come il canto delle sirene”. Quando parli di “scappare a 180 all’ora dalle cose a cui non diamo un nome” a cosa ti riferisci? Da cosa, secondo te, bisogna scappare per essere liberi?
In realtà Kiss Kiss Bang Bang parla di un viaggio alla Bonnie e Clyde, però sicuramente quando parlo delle cose da cui scappiamo ma alle quali non diamo un nome mi riferisco un po’ a tutte le difficoltà che secondo me possono incontrare due giovani, una coppia che scappa da tutto. Per esempio la mancanza di possibilità, di un futuro; le pressioni della famiglia, dei genitori. Scappare anche da quello che uno dovrebbe realizzare per le pressioni subite dalla famiglia o, in generale, dalla società. Scappare perché non si riesce ad ottenere ciò che si vuole, proprio per la mancanza di chances e di possibilità. Mi immedesimo un po’ in tutto questo, perché è una situazione che ho vissuto, sono sensazioni che ho provato sulla mia pelle. Ma c’è molto di più in questa canzone: c’è l’idea di un nuovo futuro insieme, gridando dai finestrini “Non ci avrete mai vivi”! Canto proprio questo nella canzone: parlo di un amore fuggitivo, di una fuga da tutte queste cose.

Nel brano Anna Wintour rendi omaggio a tutte le donne in carriera, come la Direttrice di Vogue, che devono “fare le signorine, ma pensare come un uomo”. Quanto c’è di autobiografico in questa canzone? Perché le rapper donne, purtroppo, in Italia devono ancora combattere contro i pregiudizi, dato che il rap da molti viene ancora visto come un “territorio maschile”. Senti un po’ addosso la responsabilità di essere “la rapper”, nonché “femmina Alfa”, che deve dimostrare a tutti che anche le donne sanno rappare da paura?
Sì, la sento, ma non è che la vivo con ansia o con una voglia di chissà quale rivalsa. Io non sono amareggiata da questo tipo di pensiero: ne sono semplicemente consapevole. Sono consapevole che ci vuole di più per ottenere la stessa credibilità, e che ci vuole di più anche per essere capita, perché secondo me la mia musica non viene considerata in alcuni aspetti, o non viene interpretata nella stessa maniera o con la stessa cura con la quale, magari, viene recepita la musica di altri ragazzi.
Conta che tu hai anche fatto una scelta difficile: quella di rappare in italiano. Avresti potuto rappare in inglese e tutto sarebbe stato più in discesa. Invece hai fatto la scelta più difficile, ma a mio avviso stilisticamente migliore.
Io penso che, se sono in questo Paese, non avrebbe senso rappare in un’altra lingua, perché vivo in Italia. Inoltre gli italiani sono da sempre molto legati ai testi, addirittura più degli americani e degli altri paesi. Penso che i testi siano molto importanti, per cui è per questo che ho fatto questa scelta. Comunque da una parte sento la responsabilità del mio ruolo di donna rapper, ma non la vivo chissà come. Io, semplicemente, faccio musica, mi sfogo attraverso la musica, voglio rappresentare il mio mondo e portare avanti degli ideali, ma soprattutto la musica, per me, rappresenta un modo per esprimermi. Per cui non lo vivo come un dover per forza dimostrare qualcosa. Io, semplicemente, faccio quello che faccio al meglio e per me, sperando di arrivare sempre più in alto. Questa è la maniera in cui lo vivo.

Parliamo di Roma-Bankok. Si dice che la popolarità e il successo di un artista si misurino anche dalle parodie che circolano in rete, come è avvenuto per Miley Cyrus in Wrecking balls. Tu lo sapevi che due ragazze sarde quest’estate hanno fatto un video-parodia di Roma-Bankok, intitolato Sinnai-Sarroch? Hanno fatto moltissime visualizzazioni! Ma non solo loro… Su youtube circolano almeno altre due parodie famose: quella degli Hmatt e quella di TheFrenchmole. Addirittura gli Hmatt hanno fatto una bellissima parodia di Killer che ha fatto 2 milioni di visualizzazioni! Che effetto ti fa sapere che fanno delle parodie dei tuoi video? Sei di quelle che se la prendono oppure ci ridi sopra per prima e capisci che, comunque, ti stanno facendo pubblicità?
Lo trovo un fenomeno divertente e mi fa anche piacere. Più che altro è un indizio che ti fa semplicemente capire quanto è arrivato a tutti quel brano. Magari purtroppo non le ho viste tutte, ma ad esempio ho apprezzato molto Kinder, che avevano fatto ai tempi in cui era uscita Killer. È bello vedere con quanta dedizione le persone si mettono a lavorare per fare una parodia, organizzando tutta una giornata con tanto di shooting e di grafica! Da questo punto di vista mi sento lusingata. Sono video complessi da realizzare, che ricostruiscono tante situazioni.
Hai duettato con moltissimi artisti di grosso calibro: Tiziano Ferro, Giusy Ferreri, LaMiss, Marracash, Fabri Fibra, Gue Pequegno dei Club Dogo e tanti altri. Anche in Kiss Kiss Bang Bang manifesti la tua grande voglia di collaborare con altri cantanti per fare della bella musica, collaborando con Federica Abbate, Madh e Fred De Palma. Quanto è importante per te, nel rap, non chiuderti mai in te stessa ma sperimentare, cercare sempre delle “contaminazioni”, esplorare nuovi stili, collaborare con altri artisti?
Premetto che i featuring sono una grandissima tradizione nell’hip hop e nel rap, e che li troverai in quasi tutti gli album dei rapper. Il mio disco ne ha quattro, che su quattordici tracce non sono tantissimi, specialmente per un disco urban. La maggior parte delle mie collaborazioni sono state richieste dagli altri mentre io, per i miei progetti, non ho chiesto tanti featuring. Diciamo che ne ho fatti più io ad altri di quanti non ne abbia richiesti. All’inizio mi vergognavo a chiedere i featuring, perché ero un po’ timida. Inoltre ci tenevo a mostrare prima quello che so fare, volevo prima fare il mio da sola, e solo dopo chiedere dei featuring. In ogni caso ci vuole coraggio per chiedere a dei nomi importanti di collaborare, però io credo che faccia un po’ parte della tradizione dell’hip hop e del rap. Per questo credo che il risultato sia sempre qualcosa di interessante. L’alchimia di due artisti che lavorano insieme fa sì che ci sia un prodotto che non si trova da nessuna parte, si crea un sound o un risultato che non troveresti né nel mio album né nel suo. In questo modo nasce qualcosa di molto particolare, una cosa ad hoc, e chiaramente questo ci stimola ad alzare sempre l’asticella.
In “Chiudo gli occhi e salto” ti metti a nudo, racconti la storia della tua vita, fatta di traslochi, di addii, di continui nuovi inizi – perché comunque tu sei una persona molto positiva – che ti mettono alla prova. Traspare un po’ di malinconia, ma è altrettanto evidente che, senza tutte queste esperienze vissute, oggi tu non saresti come sei e anche la tua musica non sarebbe la stessa. Quanto ti hanno segnato emotivamente e artisticamente tutti questi cambiamenti e continui traslochi? Hanno influenzato il tuo percorso artistico in qualche modo?
Senza queste esperienze ti posso dire che, all’80%, non farei nemmeno il rap. Se non avessi vissuto in Inghilterra e non fossi andata in fissa, ai tempi del liceo, per il UK Garage, che qui chiamano 2 step, adesso non sarei qui. Certo, l’UK Garage non ha la stessa sonorità del rap, perché è un altro genere ancora, però ha il rapper e il dj. Comunque se non avessi vissuto tutte quelle esperienze e fossi cresciuta a Roma, in Italia, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di iniziare a scrivere e a fare rap. È una cosa molto legata alla cultura che ho vissuto. Adesso, in questi ultimi anni, questa cultura si sta propagando, sta diventando più parte della cultura popolare e dei giovani. Prima era più di nicchia, per cui ti dico che assolutamente non sarei mai arrivata a fare questo tipo di musica senza aver vissuto questo tipo di esperienze. Per quanto riguarda i testi che scrivo, ritengo di avere molte cose da dire però, avendo avuto una vita così complessa, spesso è difficile raccontarla a parole. In ogni caso tutte queste esperienze hanno fatto sì che io diventassi una persona abbastanza riflessiva, e spero di riuscire a trasmetterlo in alcuni brani. A me piace anche divertire il pubblico, perché penso che la musica debba essere intrattenimento. Poi è chiaro che, ogni tanto, cerco anche di scrivere testi un po’ più personali, perché credo sia molto importante averli in un disco.
 È corretto affermare che questo album descrive Baby-K in  14 diverse storie racchiuse nelle canzoni? Come dici in  “Chiedi alla Luna”, “il domani tra le mani, la vita raccontata  nei brani”?
 Esatto. Hai assolutamente colto in pieno.
 Ci sei riuscita completamente secondo me.
 Ti ringrazio perché quella era la mia missione.








In una videointervista hai detto che a 14 anni volevi fare la dj ma tua madre non ti ha comprato i Technics e quindi ti sei messa a rappare perché era gratis. Anche da questo si vede che sei una persona vera, che sei sempre molto spontanea. È stato allora che hai iniziato a scrivere i primi pezzi, però hai tenuto la cosa segreta, anche con le tue amiche, per quasi 10 anni, perché eri timidissima. Sentendo questa confessione si rimane un po’ spiazzati, sembra quasi una contraddizione, perché siamo abituati a vederti energica, estroversa, assolutamente padrona del palco e della scena. Ma allora ci chiediamo: com’è caratterialmente la vera Baby-k? È timida oppure è una femmina alfa estroversa e sicura di sé? Oppure entrambi questi lati coesistono nel tuo carattere, come due facce della stessa medaglia?
Esatto! Sono l’uno e l’altro! Mi sembra che tu mi abbia capita molto bene, sia musicalmente che in quanto persona. Quando facevo le interviste all’inizio, specialmente le videointerviste, mi imbarazzavo. Tutt’ora divento un po’ rossa, lo si vede dal mio volto. Era una parte di me contro la quale combattevo un po’, però quando ascolto musica scatta qualcosa dentro di me che non saprei spiegarti, per cui mi lancio e divento “aggressiva” in senso buono, esce fuori tutta la mia grinta, ed è un istinto quasi primordiale. Adesso ne sono consapevole, ma per molto tempo sono stata combattuta, perché mi dicevo: “Sei una solista, fai musica, non puoi essere timida nelle interviste”. Dopo un po’ però ho deciso di accettarmi così come sono, anche con le mie contraddizioni. Mi sono detta: “Tu sei fatta così, sei Kiss Kiss Bang Bang”. È proprio questa dualità del mio carattere che volevo rappresentare nel disco, perché fa parte di me e anche della mia musica. Alla fine io sono questo: un miscuglio di più cose, e non c’è niente di male!
Patrizia Gentili Spinola
Fotografie:Michele Pisano on Facebook  http://tinyurl.com/qe8ncbb 

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